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Recensione di Roberto Barzanti alla "Città del Costituto" e "Siena nel primo Rinascimento dal dominio milanese a Pio II"
Martedì, 22 Giugno 2010 - 16:04 - 1788 Letture

 Recensione di Roberto Barzanti alla "Città del Costituto" e "Siena nel primo Rinascimento dal dominio milanese a Pio II" 

 

 

Non c’è che dire: il dibattito sul Rinascimento – senso del concetto, periodizzazione relativa, sua  applicabilità ai vari ambiti della ricerca – è destinato a non chiudersi mai e ora è diventato pure argomento da rotocalchi pubblicitari. Se sfogliate l’ultimo numero di “Style”, un mensile dove è arduo rintracciare qualcosa da leggere, vi imbattete in poche righe, probabilmente di Philippe Daverio, il quale consiglia con entusiasmo di visitare la mostra dedicata a “Le arti a Siena nel primo Rinascimento”, “una mostra strepitosa – dice – con oltre 300 capolavori mai radunati prima”, “nella città delle meraviglie, tra campagne perfette, osterie sublimi e grandi vini” e poi accenna alla disputa mai conclusa rifacendosi a Armando Sapori. Il quale, senese illustre dell’Oca, economista, storico, a lungo rettore della Bocconi, sostenne che “il Rinascimento, inteso dalla storiografia ottocentesca come fenomeno del Quattro e del Cinquecento, non è mai esistito e che vi fu viceversa un’evoluzione naturale nell’arte italiana dalla fine del XIII secolo fino alla rivoluzione industriale”.



 Insomma lo spirito di vigorosa rinascita, che percorse le città e produsse sviluppo dell’economia mercantilistica, rinnovamento istituzionale, fioritura delle arti, sorse ben prima dell’ideologia che lo ricondusse alla rilancio di antichi modelli classici. Chi si è occupato un po’di questi temi o rammenta qualcosa di buone letture scolastiche non ignora la proposta di Delio Cantimori, che suggerì di denominare “età umanistica” il periodo di storia europea che va in letteratura da Petrarca a Goethe, si snoda nelle vicende economico-sociali dal primo manifestarsi del precapitalismo all’esplosione della rivoluzione industriale e, in politica, dalla morte di Carlo IV alle barricate parigine della Grande Rivoluzione iniziata nel 1789. I termini cronologici – indicativi – cambiano secondo l’argomento prescelto. Gli storici delle arti – si sa – esaminano piuttosto i cambiamenti di stile e di gusto. Se c’è un’interpretazione del Rinascimento plastico e figurativo molto caratterizzata dal suo rapporto di originale continuità col passato e dai suoi continui riferimenti all’eredità gotica è certo quella senese, anche se non la si voglia rubricare, seguendo Zeri, come Pseudorinascimento, o qualificare come “Rinascimento umbratile”, incerto, timoroso, abbarbicato a care reminiscenze.

Le riflessioni sull’importanza della traduzione in volgare corrente del Costituto del 1309-1310 e la sistematica rivisitazione del primo cinquantennio del Quattrocento promossa dalla mostra in svolgimento, preceduta da un fitto calendario di convegni scientifici e appuntamenti espositivi, rivelano collegamenti meno esili di quanto si sia portati a immaginare d’acchito. I principi rappresentati nel “Buongoverno” di Ambrogio Lorenzetti, incardinati in una cultura religiosa medievale, s’aprono ad una visione che esalta l’astuta intraprendenza mercantile e l’affermarsi di un nuovo ordine civile: preludio e avvio di quel moto di rinascita poi battezzato come Rinascimento e limitato nella sensibilità più diffusa ai fenomeni artistici. 

Per svincolarsi da una lettura monodisciplinare o da una segmentazione che separi in unità impermeabili il contraddittorio andamento dei processi reali sono uscite guide o sintesi dal chiaro intento divulgativo che è utile segnalare. In attesa degli Atti del Convegno tenuto dal  28 al 30 aprile al Santa Maria della Scala (“Siena nello specchio del suo Costituto in volgare del 1309-10”), che consentiranno di ampliare le conoscenze fino ad oggi acquisite, è interessante per chi non rinunci a rivolgere, da cittadino/a informato/a dei fatti, qualche attenzione al passato, dare un’occhiata a svelte pubblicazioni fresche di stampa. 

“Il Costituto del Comune di Siena in volgare” di Mario Ascheri e Cecilia Papi inaugura una collanina progettata per dischiudere “Prospettive di storia”. Ascheri, che in materia è un’autorità e può vantare una nutrita bibliografia, ribadisce la sua tesi sull’eccezionalità senese. L’operazione dei Nove non sarebbe che un elemento di questa eccezionalità. Se il fenomeno statutario ebbe una dimensione generale, Siena in più alimentò praticò un autentico “culto del volgare”. I quasi duemila articoli che compongono il documento s’intrattengono dall’ottica podestarile sull’organizzazione della città. Nulla si dice sulla Parte guelfa, il “partito unico permesso che vigilava sull’ammissione dei cittadini ai diritti politici escludendone i ghibellini, né delle compagnie in cui era diviso e organizzato il Popolo che vigilava”. Paradossalmente un tal strumento di esplicazione normativa sembra approntato proprio per combattere l’eccesso di potere acquisito da notai e giuristi. “Il ceto politico – conclude Ascheri – che esprimeva bimestralmente un gruppo di Nove a Palazzo proseguì il pugno duro contro gli uomini di diritto”. La volgarizzazione farebbe dunque parte di un’operazione politica attuata in una “congiuntura eccezionale”. Il suo imperituro rilievo è, allora, da  individuare nel fattore lingua. Già Pietro Trifone lo ha illuminato a dovere in un saggio di cinque anni fa. Cecilia Papi passa in rassegna particolarità grafiche, modalità redazionali e pecularità lessicali con dovizia di esempi. Quante sono le parole scomparse! “Beriviere” per guardia, “camaiti” per un tipo di pelli, “disertare” per abortire… Al di là del significato che riveste nell’ambito della storia del diritto, il Costituto può esser preso anche come un testo “narrativo”: una casistica nella quale si riflette la tumultuosa vita del tempo. Ogni idealizzazione è vietata. La storiografia, del resto, ha il compito di distanziare e differenziare. Con “La città del Costituto” (Pascal editrice), preparato su iniziativa del Club di Siena del Soroptimist International, la stessa Papi, Maria A. Ceppari Ridolfi e Patrizia Turrini forniscono al grande pubblico un’agile sintesi atta  dissolvere le nebbie che rendono ai più misterioso l’oggetto di tanti discorsi. L’attenzione per la forma urbana era spasmodica: le case potevano essere costruite solo in certe zone, ne era fissata l’altezza, il tetto doveva resistere al vento, l’eventuale abbattimento era sorvegliatissimo. Il segreto della bellezza sta in una serie di regole da rispettare: e questa dovrebbe essere una lezione da non dismettere. L’utile doveva conciliarsi col bello. Una tale impostazione, esigente e orgogliosa, è anche alla base del fervore creativo della prima metà del XV secolo, così efficacemente documentato nell’esposizione che sta riscuotendo gran successo: già centomila i visitatori della sola parte collocata al Santa Maria, ma oltre 240.000 i biglietti staccati per almeno una delle sezioni nelle quali si articola. Giova a spiegare ragioni della committenza e finalità civili d’un rigoglio artistico straordinario aver presente il quadro politico-istituzionale del periodo, ed ecco che Mario Ascheri ha confezionato, con la competenza e la passione divulgativa che lo animano, una succinta panoramica su “Siena nel primo Rinascimento dal dominio milanese a Pio II” (sempre Pascal editrice). Il turbinoso avvicendarsi in ruoli di governo voluto da un’oligarchia larga ma indefinita impedì la formazione d’un ceto dirigente stabile e autorevole: “la presenza e l’operatività dell’“élite” riformatrice non riuscì per tanto tempo a tradursi in un’egemonia incontrastata”. “L’Università – ammette Ascheri –, i monumenti, l’arte  e i servizi che diremmo oggi ‘sociali’ dovevano far svettare la città, farla considerare più forte di quanto in realtà non fosse”. Ideologizzanti mitizzazioni o anacronistici confronti con il nostro presente sono da evitare. Un lucchese confinato a Siena si rivolge disperato al suo governo: “la città è sotto cento tiranni, calsolai, toppaiuoli, bugliai et molta gentaglia, (tanto) che sarebbe meglio a essere governato da uno diavolo”. Forse esagerava, ma non troppo. Chi desideri saperne di più non ha che l’imbarazzo della scelta: un visibilio i titoli accessibili. E se non vuol dedicarsi a saggi problematici e ponderosi, zeppi più di interrogativi che di comprensibili risposte, può affidarsi con diletto e profitto a una guida perfetta per linguaggio e scansione: “In viaggio nel Quattrocento”, scritta da  Letizia Galli e arricchita da magnifiche foto di Bruno Bruchi (Silvana editoriale), è un invito a incontrare il Rinascimento “en plein air” o facendo tappa nei piccoli musei della provincia. A Buonconvento una “Madonna” di Pietro di Francesco Orioli dimostra con immediatezza quanto  l’“arcaicità cercata” impegnasse i pittori attivi in pieno Quattrocento. E il Museo di Palazzo Corboli di Asciano custodisce un’ “Adorazione” di Pietro di Giovanni Ambrosi che intreccia in modo mirabile attenzione per le novità fiorentine e attaccamento ai moduli trionfanti nel Trecento. Un itinerario nel Rinascimento senese non può non toccare – quasi stazioni d’un pellegrinaggio – l’Abbazia di Monteoliveto, Pienza e Montepulciano, “perla del Cinquecento”. La guida elenca appetitosi piatti e indica amene località termali, a riprova che la riscoperta del Rinascimentale non è disgiunta dal recupero di piaceri non solo spirituali. Nel chiostro degli olivetani seduzione dei corpi e fascino della santità si combinano in un racconto che rifiuta drastiche opposizioni. Si dice Medioevo, si dice Rinascimento, ma le parole, tanto più se erette a categorie, fino a che punto definiscono la complicata e sfuggente realtà delle cose?

Roberto Barzanti        

“Il Rinascimento non è mai esistito”

“Corriere di Siena”, 3 giugno 2010, p. 8

[L’articolo è stato spezzato in tre per ragioni di impaginazione].                                                    


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