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Categoria: Libri Pascal Editrice

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A casa di Emily (3)     La sapienza delle cose (3)     L'anima diffusa (20)     Le notti (16)    
Giorni /persone e storie (19)     Rivista - Il Chiasso Largo (13)     Celeste e rosa (3)     Popoli, chiese e castelli (4)    
Nova Humanitas (1)     Intermezzi (2)     I Colonnini (1)     La voce narrante (3)    
Banda Larga (3)     Gli Stivali del Gatto (1)    

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Il Chiasso Largo - Numero 4   Molto popolare

Categoria : Libri Pascal Editrice / Rivista - Il Chiasso Largo


Autore : Pascal Editrice

Prezzo : € 5,00
Ordina ora prosso 365 Bookmark.it
Descrizione : Noi, ragazzi degli anni ‘50 Quelli nati, come il sottoscritto, nei primi anni cinquanta del secolo passato hanno avuto un singolare destino. Sono entrati nell’età della ragione mentre l’Italia viveva un momento magico, il boom economico. E anche nel mondo sembrava che le cose non andassero poi tanto male: la seconda guerra mondiale era finita l’altro ieri, i buoni avevano sconfitto i cattivi, il colonialismo declinava, c’era la guerra fredda ma cominciava la “distensione”. Il Vietnam ancora non sapevamo dove fosse. A scuola si assegnavano i temi sul “progresso”. L’umanità non aveva ancora preso coscienza dei prezzi che l’indiscriminato saccheggio delle risorse naturali avrebbe comportato. Il buco nell’ozono ancora non c’era, o almeno non ce ne eravamo accorti. Da noi la Fiat 600, la televisione, i frigoriferi e le vendite a rate cominciavano a persuadere un popolo tradizionalmente povero di avere finalmente, e pacificamente, conquistato il “posto al sole”. Quando un bimbo entra nell’età della ragione e comincia a prendere coscienza della realtà che lo circonda, è fatalmente portato a credere che il mondo sia così, come lo vede in quel momento, e basta; che così, naturalmente, devono andare le cose. Quindi noi, bambini degli anni cinquanta, innocentemente credemmo che i presidenti degli Stati Uniti non potessero che essere tutti come John Kennedy, i papi come papa Giovanni; che fosse normale avere politici della levatura di Nenni, Moro, Saragat, La Malfa, Togliatti… Nessuno ci avvertì che invece stavamo vivendo un momento eccezionale, che come tutte le cose straordinarie sarebbe durato poco. Il fatto è che, forse, anche i nostri padri, che avevano attraversato le tragedie della guerra, si illudevano che fosse cominciata “l’età dell’oro” o, semplicemente, che la sfiga fosse finita. A noi parve del tutto normale che nel panorama letterario campeggiassero, tutti insieme, Gadda, Pasolini, Fenoglio, Moravia, Pratolini, Buzzati, Ginzburg, Testori, Ungaretti, Montale, Quasimodo, Raboni, Caproni, Luzi; che si stampassero riviste come “Officina”, “Nuovi Argomenti”, “Belfagor”. Quando mettemmo da parte “Cuore” e “I Ragazzi della via Pal” e cominciammo a leggiucchiare, magari di nascosto, qualcosa più “da grandi”, quelli trovammo. Analogamente demmo per scontato che il cinema fosse popolato da signori come De Sica, Rossellini, Antonioni, Visconti, De Santis, Comencini, Risi, Vancini, Zurlini, Pontecorvo, Zeffirelli, Monicelli, Germi, Rosi, e ci parve ovvio che essi avessero a disposizione attori come Gassman, Tognazzi, Manfredi, Mastroianni, Anna Magnani, Totò, Peppino, Fabrizi… alcuni dei quali ci prendemmo persino il lusso di giudicare attori “di cassetta”. Naturalmente era anche cosa di tutti i giorni che in teatro operassero Strehler, Eduardo De Filippo, la compagnia dei “Giovani”, Squarzina, Scaparro… E nella musica? Sbocciava in quegli anni la “scuola di Genova”, la stagione dei grandi cantautori. Il che ci convinse che le canzoni non potessero che essere quelle di Paoli, De André, Guccini, Ciampi, Bindi, Tenco, Lauzi, Martino, Endrigo, che insomma fosse la cosa più semplice di questo mondo comporre “Il cielo in una stanza”, “La canzone di Marinella” o “Auschwitz”. Quando proprio si voleva volare basso e andare sul commerciale “da sartine”, ti ritrovavi in compagnia di gente come Modugno, Celentano, Di Capri…(!) Un periodo di straordinario vigore ideale, di intenso fermento culturale e artistico. Breve. Che presto, troppo presto, imparammo a rimpiangere. No, signori: non venite a raccontarmi la storia che quando si invecchia nasce fatalmente la nostalgia del passato, che è naturale che ognuno guardi all’epoca della propria gioventù come all’eden perduto… Non diciamo fregnacce. Sfido chiunque a trovare in periodi precedenti o successivi della storia d’Italia del ventesimo secolo (mettendoci dentro, in omaggio, anche questo quasi primo decennio del ventunesimo) una fase caratterizzata da una proposta culturale quantitativamente ricca e qualitativamente alta, da una spinta innovativa, da una genialità creativa come quella che abbiamo vissuto dalla fine della guerra fino al termine dei favolosi anni sessanta. E non ho parlato di pittura, di architettura, del design… Quelli furono anni formidabili, non la stagione dei Capanna e degli Scalzone. Anzi a me viene da pensare che una delle origini storiche del ’68 (che quest’anno compie mezzo secolo e tanti auguri) stia proprio nella delusione patita da una generazione che aveva ingenuamente creduto nei miti dei “due Giovanni”, degli “americani buoni”, del progresso tecnologico al servizio dell’umanità e non, invece, del profitto di una parte infinitesimale di essa che sfrutta la rimanente. Ma lasciamo perdere il ’68, illusioni e delusioni; rimane indubitabile che per noi, che ci affacciammo alla consapevolezza in quell’epoca così rigogliosa di talenti, suggestioni e idee, questo che viviamo è il tempo delle povertà: abbiamo voluto rinunciare alle ideologie, ma abbiamo perso anche gli ideali. Pure le semplici idee scarseggiano. L’impulso originale della nostra creatività, nella letteratura come nel cinema, tende a uniformarsi a modelli, schemi e canoni d’oltreoceano che, di regola, quando ci raggiungono sono già logori. I modelli che emergono dai media sono stereotipi conformi alle logiche e alle esigenze del consumo: nella televisione e sui giornali presto la spazio pubblicitario supererà da solo quello complessivamente dedicato a spettacolo, informazione, intrattenimento e sport… La presenza dell’intellettuale nelle televisioni è ormai tassativamente legata all’esibizione dell’ultimo libro, ultimo film, ultimo cd, prodotto dal medesimo. Circa sessant’anni fa, Pierpaolo Pasolini aveva previsto tutto questo. Non lo capimmo, non lo ascoltammo. È il destino dei grilli parlanti; dei rivelatori di verità scomode. Il Paese che ci sta intorno, con città sepolte dalla spazzatura, una criminalità organizzata divenuta industria, la violenza endemica, una classe politica inefficiente, spesso corrotta, è il risultato dell’indifferenza che abitualmente lascia cadere nel nulla ogni richiamo ai valori. I ragazzi degli anni ’50, che insieme a Kennedy sognarono la nuova frontiera, vivono con disagio, smarrimento tutto questo. Ma quei ragazzi, che da decenni non sono più tali, che cominciano ad avere i capelli grigi, che hanno vissuto un mondo diverso, hanno il dovere di ricordare, di trasmettere, di rappresentare. Quando io avevo sedici anni ascoltavo De Andrè e Guccini, non Rabbagliati, come aveva fatto mio padre a quell’età. Per i sedicenni di oggi, invece, De Andrè è un mito e vanno in massa ai concerti di Guccini. Quando io avevo sedici anni non leggevo Pitigrilli o Guido Da Verona, leggevo “Il giovane Holden” o “Lessico familiare”, che però vengono letti anche dai sedicenni di oggi. Ecco, si potrebbe cominciare da questo. Da quel poderoso patrimonio di valori condivisi che i creativi, trasgressivi, libertari primi anni sessanta riuscirono a costruire e che, dopo aver attraversato i decenni, sono vivi ancora oggi.
Questo libro è stato aggiunto : Ago 06, 2008
Punti: 737
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Il Chiasso Largo - Numero 5   Molto popolare

Categoria : Libri Pascal Editrice / Rivista - Il Chiasso Largo


Autore : Pascal Editrice

Prezzo : € 5,00
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Descrizione : In questo numero:

L’amico che insegnava la memoria

Lo scorso 21 marzo, quasi all’improvviso, ci ha lasciato Aurelio Ciacci. Amico discreto, ma assiduo e prezioso della nostra casa editrice, di questa rivista. Qui non vogliamo parlare del valoroso partigiano, dirigente di partito, parlamentare. Lo fece benissimo da sé nel suo libro, “Viale Curtatone”, che un po’ estorcemmo alla sua ritrosia, alla sua sobrietà: “Non mi va di scrivere delle memorie. C’è sempre grande ipocrisia nei libri autobiografici”, diceva. Così ci mettemmo d’accordo per un libro intervista, una sorta di dialogo su cinquant’anni di vita politica; al termine del quale, comunque, volle precisare: “Tutto quello che ho detto è vero, ma non tutto il vero ho potuto dire”. Non era mai accomodante. Aveva il vizio della verità, e della memoria. E, giunto ormai in vista degli ottanta anni, - al tempo in cui scrivevamo - non era disposto a separare le due cose. Non era un uomo semplice, Aurelio. I suoi ultimi anni sono stati sereni, ma dominati da una riflessione costante e indagatrice sul senso delle esperienze accumulate. Apparteneva a quella generazione di comunisti che della fede politica avevano fatto una religione; per i quali non era mai esistita distinzione tra vita privata e impegno politico; serenamente convinti del ruolo benefico esercitato dal Pci nella società italiana. Comunisti militanti che, pure, dovettero assistere al crollo prima del mito e poi della stessa entità dell'URSS; alla trasformazione del proprio partito-casa; alle sue divisioni. Ma a differenza di tanti altri militanti - anche molto più giovani - Aurelio non visse passivamente i cambiamenti: non fu mai uno di quelli che “si adeguano”. Ciacci il cambiamento lo visse innanzitutto dentro di sé, con buon anticipo sui tempi storici, e nel partito ne fu interprete e ispiratore. Della sua lezione politica ci resta il gusto per il confronto, la curiosità di indagare, capire l’altro. Un istinto innato per l’analisi, la caparbietà con la quale costantemente tendeva alla sintesi unitaria, anche dopo aver colpito l’interlocutore con le pungenti frecce dell’ironia; o mentre subiva a sua volta l’ironia dell’avversario. L’ironia era la sua arma preferita, amava usarla ed era sempre prontissimo ad accettarla; e questo è parte della lezione umana che ci ha lasciato. Insieme all’uso della modestia, l’esercizio della ragione, l’orgoglio della memoria. Oggi viviamo giorni difficili e confusi, in cui qualcuno vorrebbe riscrivere i libri di storia, altri dedicare vie a chi fiancheggiò l’Olocausto. Il tutto sull’altare di un’ambigua pulsione pacificatoria. E allora tornano alla mente parole semplici e chiare, come quelle scritte da Aurelio, tre anni fa: “Io credo nella necessità di una pacificazione… Ma pacificare non vuol dire dimenticare che, in quella guerra, ci furono aggressori e aggrediti, persecutori e perseguitati, sterminatori e sterminati. Ci può essere pacificazione, ma senza dimenticare che ci furono ragioni e torti”. Ancora grazie, Aurelio.
Questo libro è stato aggiunto : Ago 06, 2008
Punti: 685
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Il Chiasso Largo - Numero 6   Molto popolare

Categoria : Libri Pascal Editrice / Rivista - Il Chiasso Largo


Autore : Pascal Editrice

Prezzo : € 5,00
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Descrizione : Zitti, zitti – forse un po’ troppo – siamo arrivati al numero sei, che poi sarebbe il sette se consideriamo quel numero zero pubblicato a febbraio 2006. Siamo stati impuntuali, lenti…, non siamo riusciti a rispettare la cadenza bimestrale che ci eravamo assegnati. Troppo intensa, considerando che abbiamo anche una casa editrice da mandare avanti, la quale – per fortuna – richiede sempre più tempo ed energie. Sicché abbiamo impiegato due anni per compiere il percorso che avremmo dovuto fare in uno. Pazienza. Specie se consideriamo la caducità tipica delle riviste letterarie, che spesso non vanno oltre i primi tre numeri. L’importante è prendere atto della realtà e adeguarsi: dal 2009 il “Chiasso” diventerà trimestrale, con l’impegno – lo prometto – di rispettare scrupolosamente questa più “comoda” scadenza di uscita. Dopo tale doverosa autocritica, permettetemi però di indugiare qualche attimo (non l’odioso, repellente attimino), sulle note liete. La famiglia Chiasso Largo cresce, si allarga la fascia dei nostri collaboratori e lettori, sia a Siena che nel resto d’Italia, dando via, via concretezza al programma col quale abbiamo cominciato questo percorso: creare un punto di incontro e di confronto tra esperienze creative diverse, senesi e non, emergenti e consolidate, italiane e straniere, poetiche, narrative e critiche, classiche e sperimentali, avendo come unico comune denominatore e discrimine la qualità. Dal numero zero a oggi sono stati 81 gli autori ai quali questa testata ha offerto voce e visibilità. Abbiamo pubblicato autori di Siena, Firenze, Roma, Lecce, Napoli, Bologna, Varese, Nocera Inferiore, Pordenone, Salerno, Pistoia, Modena, Genova, Novara, Sondrio, Cagliari, Linz (Austria), Vicenza, Palermo, Dortmund (Germania), Livorno, San Benedetto del Tronto, Voghera, Battipaglia, Ascoli Piceno, Locri, Taranto, Mantova, Asti, Lubiana (Slovenia), Cecina, Tivoli, San Paolo del Brasile, Milano; adempiendo alla missione che ci eravamo proposti: aprire un ideale canale di collegamento tra la creatività letteraria di Siena e quella che dal resto del mondo guarda a questa città. A tutti questi collaboratori va il nostro affettuoso ringraziamento e un mezzo impegno – mezzo, perché tra il dire e il fare… - è nostra intenzione/desiderio organizzare nel prossimo inverno un’occasione di incontro per tutti loro, come per i lettori; una specie di festa di “Il Chiasso Largo”, che possa anche essere un momento di riflessione comune e di progetto per i destini futuri della rivista. Speriamo di riuscire ad avere tempi, spazi e mezzi per concretizzare questo proposito. A dire il vero questo dipende anche un po’ da voi che ci leggete. Consentitemi un’annotazioncella di ordine pratico, è la prima volta che lo faccio. Riceviamo tanti testi, tanti complimenti, attestati di stima, ammirazione; l’unica cosa che scarseggia sono gli abbonamenti. . . A questo proposito mi limito a trascrivere ciò che lo scorso maggio mi ha scritto una poetessa che torno a ringraziare: “…Voglio abbonarmi al Chiasso perché credo sia anche mio interesse permettere la sopravvivenza di una rivista che mi offre la possibilità di esprimermi, di pubblicare, di avere voce. So che pubblicare una rivista è costoso: chi è “aiutato” dal “Chiasso” secondo me ha il dovere di sostenerlo. Poi per 25 euro l’anno…quanti ne spendiamo in telefonini o gratta e vinci? E se il “Chiasso” un giorno dovesse tacere? Mi sentirei davvero molto sola…”. Ecco, quest’amica ha capito tutto… altri non capiscono, o fanno finta… Comunque il nostro IBAN POSTALE è: IT76Q0760114200000091323451. E speriamo. Intanto, visto che questo numero esce – o dovrebbe uscire – a cavallo delle prossime feste, un affettuoso augurio di Buon Natale e felice anno nuovo da me personalmente e da tutta la redazione.
Questo libro è stato aggiunto : Feb 25, 2009
Punti: 600
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Il Chiasso Largo - Numero 7  

Categoria : Libri Pascal Editrice / Rivista - Il Chiasso Largo


Autore : Pascal Editrice

Prezzo : 5,00
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Descrizione : A proposito di Baricco Baricco non è mai stato tra i miei autori preferiti; gli riconosco indubbia capacità affabulatoria e padronanza del mezzo tecnico della scrittura, tuttavia i suoi romanzi mi paiono eccessivamente costruiti, calibrati, troppo tecnici, appunto. Pure la sua “sparata” contro i finanziamenti pubblici all’arte, in particolare al teatro, alla lirica, al cinema, pubblicata il 25 febbraio scorso da “La Repubblica”, mi è parsa un’intelligente provocazione capace di smuovere positivamente le acque morte del delicato e ambiguo rapporto tra pubblici poteri e cultura. Riducendo i concetti espressi dallo scrittore torinese all’osso, egli ha sostanzialmente detto: perché gli spettacoli teatrali, cinematografici devono essere sovvenzionati dallo Stato o dagli enti locali? Dovrebbe essere solo il consenso del pubblico, dunque il successo, a stabilire se un dramma o un film hanno diritto di esistere. Invece di dirottare milioni su spettacoli che nessuno va a vedere, impieghiamo quelle risorse per potenziare la scuola e per migliorare l’offerta culturale della televisione pubblica. Ovvero: invece di spendere soldi per sovvenzionare opere di valore ma troppo “difficili” per essere apprezzate dal grande pubblico, investiamo sull’istruzione in modo da poter avere, domani, un pubblico in grado di apprezzare le opere “difficili”. Come provocazione va bene; ma solo come tale. Perché se andiamo ad approfondire il problema, constatiamo subito che la situazione è assai meno semplice rispetto a come Baricco la pone. In pratica lui suggerisce che la vita o la non vita di un prodotto culturale sia affidata esclusivamente al mercato. E tutto andrebbe bene se in campo culturale, oggi, in Italia, esistesse un libero mercato; ma non è così. C’è chi, se produce un film o allestisce uno spettacolo teatrale, può permettersi di far circuitare i suoi registi, gli attori in una miriade di passerelle, trampolini, siparietti e tête à tête televisivi, pubblici, privati, internazionali, nazionali e locali. E chi no. Lo stesso dicasi per i libri che vengono pubblicati, i premi letterari che vengono organizzati, i dischi, i concerti. E non parlo certo di artisti o manifestazioni di chiara fama che è logico godano della visibilità che si sono conquistata nel tempo; ma ormai invasivamente anche artisti semisconosciuti o manifestazioni assolutamente marginali conquistano le prime, o seconde, serate e le prime, o terze, pagine grazie alla fitta rete di connessioni industrialpoliticfamiliarmunicipilasticclericolaicali che, a un certo momento, decidono che quel determinato film è un successo, che quell’attrice ha un talento straordinario, che quel tale scrittore è un maestro, che quel tal’altro premio letterario (del quale fino a un paio d’anni prima nessuno parlava) è la consacrazione del genio (tranne poi veder arrestato il suo presidente). E non ha alcun senso suggerire, come fa Baricco, che a sovvenzionare la cultura, in luogo dei pubblici poteri, siano i privati. Chi impedisce oggi ai privati di farlo? E come lo fanno? Naturalmente e legittimamente in una logica di profitto e dunque coniugandosi con il “mercato” sopra descritto. Ma come mai i giovani scrittori che escono dalla famosa scuola di scrittura “Holden”, diretta da Baricco stesso, trovano così facile accoglienza nella grande editoria, mentre i giovani che non possono permettersi le altrettanto famose rette di quella scuola restano ignorati? Non sarà forse perché quella scuola, grande produttrice di immagine ed eventi, è parte integrante del sullodato “mercato”? Ma andiamo… Il problema, se mai, è altro: quando lo Stato, o chi per lui, sovvenziona la cultura, quali criteri di valutazione e selezione adotta? Trasparenti, puramente meritocratici, squisitamente culturali? In questi casi il grande Totò avrebbe risposto: “Ma mi faccia il piacere…!” Diciamo le cose come stanno: i finanziamenti, le sovvenzioni, le sponsorizzazioni alla cultura, nel pubblico come nel privato, come in ogni altro settore si dibattono tra Manzoni e Cervantes: centinaia e centinaia di don Rodrigo e don Abbondio, senza che mai spunti un cardinal Federigo. Solo, ogni tanto, c’è un Don Chisciotte che se la prende coi mulini a vento.
Questo libro è stato aggiunto : Lug 22, 2010
Punti: 468
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Il Chiasso Largo - Numero 8  

Categoria : Libri Pascal Editrice / Rivista - Il Chiasso Largo


Autore : Pascal Editrice

Prezzo : 5,00
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Descrizione : Fenomenologia della morte di Mike Bongiorno Quando questo numero della nostra rivista andrà in distribuzione si sarà, da poco, spento l’eco della morte di Mike Bongiorno. Abbiamo deciso di scimmiottare il titolo del breve saggio, critico e dissacrante, che un altro Eco, Umberto, gli dedicò negli anni ‘60 (appunto “Fenomenologia di Mike Bongiorno”) per muovere qualche riflessione sul fenomeno di massa che è stato rappresentato dallo spontaneo “lutto nazionale” che ha accompagnato la morte di questo popolarissimo uomo di televisione. Se ne è parlato, quasi commossi, in ogni bar, ufficio o parrucchiere; ne erano pieni giornali, radio e tv; migliaia di persone si sono recate a rendere onore alla sua salma; decine di migliaia si sono recate ai funerali, di Stato, che gli sono stati celebrati. Anche chi non lo amava ha scoperto di non amarlo un po’ meno di quanto pensasse e, comunque, ci ha “pensato”. Mike è uscito per sempre dalle cronache, è entrato nella Storia; ma in realtà ne era già parte. Tutto questo a noi italiani, specie a quelli sulla cinquantina e oltre, può sembrare normale, perché eravamo assuefatti a convivere con questo nostro “domestico” mito; pare abbia suscitato qualche stupore all’estero, e la cosa si spiega: siamo abituati ad assistere a tali fenomeni di universale e partecipe cordoglio di fronte alla morte delle grandi rock star (vedi il caso recente di Michael Jakson), dei grandi attori, dei grandi campioni dello sport: in questo caso si trattava di un presentatore specializzato in telequiz, la cosa non ha precedenti. Un presentatore di telequiz non trascina, non infiamma, non scatena. Bongiorno meno che mai, sempre tranquillo, tendenzialmente imbranato, quasi sgrammaticato e gaffeur. Eppure… Nei giorni scorsi sono stati versati fiumi d’inchiostro sul ruolo “storico” di Mike. Qualcuno ha detto che egli avrebbe unificato l’Italia per mezzo della televisione. In parte è vero, ma non del tutto. Assolsero a tale ruolo più o non meno di lui altri benemeriti del tubo catodico: il maestro Manzi, Mario Riva, Niccolò Carosio… È stato scritto che egli abbia, di fatto, “inventato” la televisione italiana. Anche qui crediamo che il merito vada equamente distribuito tra più soggetti, non dimenticando, ad esempio, i grandi sceneggiati popolari degli anni ‘50 e ‘60 di Bolchi, Majano e altri ancora. Forse la specificità di Bongiorno risiede altrove: la sua lunghissima carriera, questa sì senza uguali, gli ha permesso di testimoniare e, in qualche modo, documentare e forse rappresentare cinquant’anni di storia della società italiana così come è possibile leggerla attraverso la televisione; punto di osservazione formidabile e, allo stesso tempo, motore non secondario delle trasformazioni che in quella società sono intervenute. Il passaggio dall’Italia agricola del dopo guerra a quella industriale del boom; l’Italia consumista degli anni sessanta che esauriva la spinta innovativa del dopoguerra ed entrava nella “cultura di massa”; poi l’affermazione della tv commerciale sul finire degli anni ‘70, preludio alla dittatura dell’auditel che ne ha svilito il livello culturale; fino alla tv globalizzata dei format che impera attualmente. Di tutti questi passaggi Bongiorno è stato il “decoder” vivente, traduttore, testimonial, divulgatore, sdoganatore, comunque simbolo. Lui era quello che c’era stato, c’era e ci sarebbe stato: sempre, qui il suo essenziale merito, con ottima professionalità e quella sobrietà oggi divenuta merce tanto rara. Per questo la sua assenza improvvisa - per quanto evento razionalmente contemplabile data la sua età - ci coglie impreparati, interdetti, apre obiettivamente un vuoto. Questo è preoccupante: in una società culturalmente evoluta quale dovrebbe essere la nostra, in un’industria televisiva ricca, anche se sempre meno pluralista com’è quella italiana, la scomparsa di un presentatore ottantacinquenne dovrebbe essere, al di là del fatto umano, un accadimento indolore. Non è così. L’offerta, culturale e non, è talmente mortificante che ci toccherà rimpiangere questo mite e onesto artigiano del video. Con buona pace del professor Eco, ben altre fenomenologie, grevi e sinistramente banali, imperano oggi. E c’è poco da stare in “allegria”. Ahi, ahi, ahi, siora…
Questo libro è stato aggiunto : Lug 22, 2010
Punti: 476
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Il Chiasso Largo - Numero 9  

Categoria : Libri Pascal Editrice / Rivista - Il Chiasso Largo


Autore : Pascal Editrice

Prezzo : 5,00
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Descrizione : Alda Alda Merini non scriverà più versi. Probabilmente ci saranno editori che pubblicheranno postume sue poesie; il malvezzo di raschiare il fondo dei cassetti dei grandi autori defunti non morirà mai. Ma quel limpido fiume carsico che sotto la superficie di una vita stenta e sventurata, a più riprese è emerso per offrire una delle più nitide e alte testimonianze liriche del novecento e di questo breve scorcio di un nuovo secolo, si è raccolto per sempre nel suo letto sotterraneo. Quando muore un poeta, non cessa semplicemente di vivere una persona; si spegne una luce che illuminava di verità uno spazio del nostro esistere; si chiude una finestra dalla quale era possibile guardare con occhi diversi ciò che a tutti è dato guardare ma a pochi vedere. Certo i grandi poeti sono immortali. Ma la loro immortalità può essere peggiore di una dignitosa e irrevocabile estinzione. Spesso li imbalsamiamo in stereotipi arbitrari, scaviamo loro una nicchia e li incassiamo nel muro, li congeliamo in aride antologie… Mentre il poeta è un decifratore e ricodificatore del reale, scompone la vita in segmenti reinterpretati dalla sua sensibilità e personale visione del mondo e ce la ripropone sotto forma di allusioni, sogni, metafore, analisi; concedendoci conoscenze e angoli di visione che prima non possedevamo. Quando un poeta muore, seppelliamolo con grazia e rassegnazione. Ma l’omaggio vero che possiamo rendergli sta nel continuare a tenere in vita la sua poesia, proseguendo nella ricerca che egli ci ha indicato. Detta così sembra cosa ovvia e facile. Il fatto è che non accade mai. Sembrerebbe che la poesia sia inutile. Forse è proprio così. Tutti onorano e celebrano Dante, Leopardi, Montale, ma se ci guardiamo intorno, se ci specchiamo nella società amorale, volgare, violenta, qualunquista che ci circonda, troviamo ignorata, nei fatti, la loro esperienza. E non è questione di istruzione o meno: anche chi ha studiato e può definirsi colto emana a piene mani amoralità, volgarità, violenza… Qualcuno, a questo punto, mi darà del moralista: ormai non esistono più le persone morali. Non appena qualcuno si permette di fare un minimo richiamo a qualche valore etico viene bollato come “moralista”. Io non credo di esserlo; vorrei solo un briciolo di coerenza. Vorrei che questa società, nel suo complesso, almeno provasse a vivere un minimo in aderenza con quei principi e valori e fini (civili, religiosi, sociali) ai quali, a parole, dichiara di ispirarsi. Tutto qui. Allora, Alda Merini: ha cantato la propria emarginazione, il proprio essere altro e al di fuori dalla vita di tutti, ha esplorato la disperazione degli ultimi e il senso profondo dell’essere a questo mondo di ognuno. Che il suo messaggio resti, crei, incida, mentre in questo paese aumentano gli emarginati, si perseguitano i diversi, per razza o per natura, si sacrificano gli ultimi di ogni condizione. Almeno noi pochi che ci crediamo, comandiamoci le sue parole: “…la verità è sempre quella/ la cattiveria degli uomini/ che ti abbassa/ e ti costruisce un santuario di odio/ dietro la porta socchiusa…”
Questo libro è stato aggiunto : Lug 22, 2010
Punti: 467
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Il colonnato dei giardini di pietra   Molto popolare

Categoria : Libri Pascal Editrice / Le notti


Autore : Pasquale Lovino e Filippo Pagotto

Prezzo : € 12,00
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Descrizione : Poesia a quattro mani: Pasquale Lovino e Filippo Pagotto costituiscono un “caso”. Ci sono famose coppie di autori di romanzi, opere teatrali, sceneggiature cinematografiche, riviste musicali... Ma questa è la prima volta che una coppia di autori celebra insieme la creatività lirica. È lecito lo stupore, perché nulla è così segreto e individuale come il processo della composizione poetica. Tuttavia, leggendo le poesie de “Il colonnato dei giardini di pietra”, scopriamo che la cosa è possibile, e con brillanti risultati. Basta una lunga e consolidata amicizia; la condivisione di un mondo di emozioni e un progetto letterario comune, quello dell’essenzialismo, che i due giovani autori illustrano proprio in premessa a questo volume: “Essenzialismo è per noi il verbo nudo. Spoglio di imbellettamenti inutili”. Da tali premesse nasce una poesia densa e coinvolgente, un messaggio di idee e sentimenti che scava all’interno delle incertezze e delle domande del nostro vivere contemporaneo.

ISBN: 88-7626-022-6

Pagine: 70

Dimensioni: 14x21


Questo libro è stato aggiunto : Nov 23, 2006
Punti: 936
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